Giovedì 17 Maggio 2012
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Deep Purple Mark IIa

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Scritto da Vincenzo Germano   
Martedì 30 Novembre 1999 01:00
Punto e a capo, dopo due anni i Deep Purple, o almeno quelli che sono rimasti, sono alle prese con problemi di formazione.
Non occorre adesso l'inserzione su "Melody Maker" poiché fu il tam tam dell'ambiente musicale a suggerire Ian Gillan e Roger Glover, il primo come vocalist, il secondo al basso. I due validi elementi si integrarono ben presto nel gruppo e nella mentalità musicale che piano piano si stava snervando. L'obiettivo adesso era quello di sfondare sul mercato inglese che si era mostrato ostico anche nell'ultimo album.
L'idea giusta l'aveva Jon Lord, un idea ambiziosa quanto difficile: un concerto dei Deep Purple con un orchestra, un modo per entrare in frattura con i classici sistemi tradizionali. L'idea sarebbe rimasta tale se Tony Edwards non avesse deciso di prendere in mano le redini della situazione, così prenotò la "Royal Albert Hall", un tempio della musica classica, e diede inoltre "l'ordine" a Jon di ultimare il lavoro per quanto concerne la partitura.
Dopo sei mesi il lavoro di preparazione era pronto, si poteva così proseguire con le prove con l'orchestra, diretta da Malcom Arnold, prove che durarono tre giorni.
Il concerto che ebbe luogo alla "Royal Albert Hall", come già detto, e che venne immortalato dalla BBC, riscosse un grandissimo successo, il confronto Rock-Classica sbalordì tutti, compresi i Deep Purple che intanto potevano dire di aver sfondato. Forti di questo successo i Purple dovettero moltiplicare le date dei concerti, mentre le vendite dei loro lavori aumentavano giorno dopo giorno, mancava adesso all'appello un album che potesse immetterli di diritto nell'olimpo del Rock.
Il livello musicale del gruppo risultava ora molto alto, ne frutto forse il miglior lavoro dell'impero DP: "IN ROCK"; pietra miliare nella storia del Rock poiché si rivelò iniziatore di quel genere musicale definito Hard Rock. Con questo album i Purple affermarono la loro maturità. Non mancavano dissidi in seno alla band, dissidi che però sfociavano in creatività musicale, come per esempio i dialoghi alla velocità della luce tra la chitarra di Ritchie Blackmore e l'hammond di Jon Lord. Il tour che promuoveva "In Rock" venne supportato dall'uscita del singolo "Black Night" ed ebbe un riscontro entusiasmante, oramai la gente accorreva numerosa ai concerti.
La prima parte del 1971 vede i 5 impegnati in un incessante serie di concerti, che ebbero serie ripercussioni fisiche sui componenti, si poté comunque lavorare al nuovo album, che venne poi pubblicato a luglio e venne intitolato "Fireball". A quest'ultimo lavoro spettava il compito di continuare il filone Hard Rock instaurato dal precedente disco. Deluse molto, soprattutto a livello commerciale, ma musicalmente si presentava molto aperto, poiché riusciva passare dal ritmo scandito del Rock alla fluidità del country. "Fireball" raggiungeva comunque alti livelli musicali. Dopo i vari concerti di rito che seguono la pubblicazione di un album, i DP si ritrovarono a discutere di un nuovo lavoro.
L'idea era quella di pubblicare un album che da una parte riprendesse le sorti di "In Rock", e che dall'altra parte racchiudesse la naturalità di ogni strumento e ogni sua sfumatura naturale. Si pensò di registrare il disco in occasione di un live, ma il pubblico risultava troppo rumoroso, perciò si cercò di registrare un live in assenza del pubblico. "Machine Head", questo fu il nome scelto per il nuovo disco, fu registrato nei corridoi di un albergo in Svizzera, proprio per rendere l'effetto di una grossa sala concerti.
L'album comprendeva la mitica "Smoke on the Water", la epica "Highway Star", pezzi che suscitavano e che suscitano ancora forti emozioni in chi li ascolta. La naturalezza, la profondità e la decisione del rock di "Machine Head" fecero in modo che questo lavoro vendesse oltre 3 milioni di copie.
Nel 1972 i DP toccarono l'apice della loro carriera artistica, ma lo stesso 1972 darà inizio al loro declino. Gli attriti tra i vari componenti si facevano sempre più incessanti. L'anno si aprì con la maxi tournée negli States, dove i Dp tennero concerti memorabili. La tournée però fu interrotta nel mese di marzo poiché Blackmore diede segni di forte cedimento fisico, e solo dopo tre mesi questi potè imbracciare la sua chitarra. Riprese le attività, sia live che in studio, scoppiarono dissapori tra Blackmore e Ian Gillan, con il chitarrista polemicamente ipercritico nei confronti delle prove del cantante.
Qualche momento di tregua si ebbe solo quando i 5 dove vano adempiere agli impegni presi. Infatti nella mini tournée tenutasi in Giappone i DP danno atto del raggiungimento di un indiscutibile livello musicale nonché di un feeling tra i vari componenti non indifferente. La tournée, che prevedeva concerti a Tokyo e a Osaka, venne immortalata nel celebre doppio disco "Made in Japan", un lavoro storico.
Tornati in Europa si ricominciò a lavorare per il nuovo disco, disco che non poteva non riflettere una realtà di gruppo totalmente disgregata, basti pensare che solo per registrare "Woman from Tokyo" si impiegarono ben sei mesi. Il disco venne intitolato "Who Do We Think We Are", e sarà l'album che metterà virtualmente fine ai DP in versione Mark 2, poiché sia Ian Gillan che Roger Glover per volere di Blackmore vennero "liquidati" e per poco anche Blackmore non si "autoliquidò".

 



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Ultimo aggiornamento Martedì 13 Ottobre 2009 05:38
 

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